C’è una differenza sottile, ma importante, tra fare qualcosa con un cane e fare qualcosa sul cane. Nel primo caso i soggetti coinvolti sono due, nel secondo c’è spesso un obiettivo umano e un cane chiamato a raggiungerlo. Riguarda il modo in cui guardiamo la relazione, più che le parole che usiamo per descriverla.

Quando parliamo di sport e attività cinofile siamo abituati a ragionare in termini di prestazione: un trick eseguito bene, un tempo migliore, un percorso completato, una gara, un brevetto. Sono elementi legittimi, e per chi pratica una disciplina possono essere anche molto motivanti. Le cose si complicano quando il risultato diventa il criterio principale con cui valutiamo l’esperienza, perché a quel punto il cane rischia di diventare il mezzo attraverso cui ottenere qualcosa.

L’attività prima del risultato

Un’attività cinofila dovrebbe avere delle richieste, altrimenti difficilmente si può parlare di sport o di lavoro. Ma una richiesta non dovrebbe cancellare il cane che abbiamo davanti. Ogni individuo ha caratteristiche, motivazioni e tempi diversi, oltre a una diversa capacità di sostenere la frustrazione, l’attivazione, la pressione ambientale. Alcuni cani cercano il movimento, altri lo tollerano appena. Alcuni lavorano volentieri vicino al conduttore, altri hanno bisogno di più autonomia, e c’è chi trova gratificante una determinata attività mentre per un altro la stessa esperienza risulta poco interessante o addirittura faticosa.

Più che chiederci come far fare una certa attività al nostro cane, dovremmo chiederci se quell’attività è adatta a quel cane. Cambia il punto di partenza, anche se la differenza sembra minima.

Non tutti i cani devono fare tutto

Nel mondo cinofilo esiste ancora l’idea che una buona preparazione permetta di portare qualsiasi cane verso qualsiasi attività, ed è vero fino a un certo punto: i cani hanno una notevole capacità di apprendimento e di adattamento. Ma saper fare qualcosa non equivale a dire che quella cosa sia adatta a quel soggetto. Un cane può imparare un esercizio che non gli interessa granché, arrivare a completare un percorso che trova difficile, magari anche ottenere una buona prestazione, senza che questo ci dica granché su come sta vivendo quell’esperienza. La prestazione racconta una cosa, il modo in cui il cane vive quello che sta facendo ne racconta un’altra.

Osservare un cane durante un’attività significa allora guardare tutto ciò che accade intorno al comportamento richiesto. Come entra nell’esperienza, come recupera dopo uno sforzo, quanto cerca il contatto col conduttore, quanto esplora, quanto anticipa o evita, quanto riesce a interrompere e riprendere. Serve a non ridurlo al risultato che produce, senza per questo trasformare ogni sessione in una seduta di analisi.

Fare insieme significa anche lasciarsi sorprendere

Cooperare con un cane non vuol dire soltanto insegnargli a rispondere correttamente alle nostre indicazioni, vuol dire anche accorgersi di quello che porta lui nella situazione. Durante un’attività si scopre magari che un cane è più interessato a esplorare che a ripetere, che gli serve più tempo per affrontare un ambiente nuovo, che preferisce lavorare a distanza, o che trova particolarmente gratificante un certo tipo di interazione.

Si scopre anche qualcosa di noi: quanto insistiamo quando il cane non ce la fa, quanto siamo disposti a cambiare strategia, quanto ci interessa davvero il suo coinvolgimento rispetto al nostro obiettivo. L’attività diventa così uno strumento di conoscenza reciproca, non perché ogni sessione debba diventare un’esperienza profonda, ma semplicemente perché fare qualcosa insieme produce informazioni sulla relazione.

 Il ruolo del professionista

C’è anche la responsabilità di chi insegna. Un professionista non dovrebbe limitarsi a conoscere bene una disciplina, dovrebbe saper cogliere il cane e la persona che ha davanti, capire quando aumentare una difficoltà e quando invece ridurla, quando insistere e quando fermarsi, quando un errore fa parte normale dell’apprendimento e quando segnala che stiamo chiedendo qualcosa che, in quel momento, è oltre le possibilità del cane.

Serve anche il coraggio di dire che una determinata attività potrebbe non essere la scelta migliore per quel soggetto: è competenza, non un fallimento. Il cane non dovrebbe essere modellato per adattarsi a qualsiasi attività proposta, dovremmo piuttosto essere noi a scegliere attività, modalità e obiettivi anche a partire dalle sue caratteristiche. Non tanto chiederci quanto il cane possa adattarsi all’attività, quanto possiamo adattare noi l’attività a quel cane.

Quando il risultato resta, ma cambia significato

Questo non significa rinunciare alla tecnica, alla precisione o all’ambizione. Si può voler migliorare una prestazione e allo stesso tempo considerare il cane più importante della prestazione stessa, partecipare a una gara, cercare un risultato, lavorare sulla precisione e chiedere qualità, senza trasformare ogni errore in un problema da correggere.

Il risultato resta, cambia soltanto il significato che gli diamo: non è più la prova che il cane ha eseguito bene quello che volevamo, ma una delle informazioni che ci aiutano a capire come stiamo lavorando insieme.

Forse è proprio questo il senso più interessante dello sport cinofilo, non utilizzare il cane per fare qualcosa, ma trovare qualcosa che valga la pena fare insieme.

Quando un’attività è costruita soltanto intorno a ciò che vogliamo ottenere, il cane rischia di diventare uno strumento. Quando nasce anche dall’individuo che abbiamo davanti, può diventare un luogo in cui due soggetti imparano a conoscersi, e allora non stiamo più soltanto facendo qualcosa con un cane. Lo stiamo facendo insieme.