C’è una frase che ricorre spesso quando si parla di cani: “È ben socializzato, va d’accordo con tutti”.

Sembra un complimento. In realtà, dentro questa definizione si nasconde un’aspettativa precisa: un cane considerato socialmente competente dovrebbe accettare persone, cani, contatti fisici, ambienti e situazioni senza manifestare particolare disagio o opposizione. Ma probabilmente non è questo, il significato vero della socializzazione. Il punto di partenza dovrebbe essere più semplice: perché pretendiamo che un cane debba andare d’accordo con tutti?

Socializzato non significa disponibile

La socializzazione viene spesso interpretata come la capacità del cane di stare bene con chiunque e in qualunque situazione. Di conseguenza, un cane che evita un altro cane, che non gradisce essere toccato da uno sconosciuto o che preferisce mantenere una certa distanza viene facilmente considerato poco socializzato, ma è una semplificazione.

Un cane può essere perfettamente competente dal punto di vista sociale e, allo stesso tempo, non avere alcun interesse a interagire con ogni individuo che incontra. La competenza sociale riguarda anche la capacità di cogliere le situazioni, modulare il proprio comportamento, comunicare, tollerare ciò che è necessario tollerare e scegliere, quando possibile, se avvicinarsi oppure allontanarsi. La possibilità di dire “no” fa parte della competenza.

Un cane che non cerca il contatto con una persona non è per forza insicuro, così come uno che non vuole giocare con un altro cane non è per forza aggressivo o pigro. Chi preferisce osservare invece di partecipare non è automaticamente un cane ‘da recuperare’.

Prima di intervenire dovremmo chiederci quale sia il problema reale.

L’individualità del cane

Ogni cane porta nella relazione una storia, una genetica, esperienze, caratteristiche temperamentali e modalità individuali di affrontare ciò che accade. Non tutti hanno lo stesso interesse verso i conspecifici, non tutti cercano il contatto fisico, non tutti gradiscono l’interazione con estranei. C’è chi ha una soglia di tolleranza più bassa verso certi stimoli, e chi invece è estremamente aperto. Queste differenze non sono necessariamente anomalie da correggere.

Il problema nasce quando trasformiamo una caratteristica individuale in una valutazione morale.

“È socievole” diventa “è bravo”, “non va d’accordo con tutti” diventa “ha un problema”, e persino “non vuole farsi accarezzare” finisce per suonare come “non è socializzato”. In questo modo smettiamo di osservare il cane e iniziamo a misurarlo rispetto a un modello umano di cane ideale.

La socialità non è un obbligo

Un punto dovrebbe essere particolarmente chiaro: vivere bene in una società non significa dover entrare in relazione con tutti i suoi membri. Vale per gli esseri umani e può valere anche per i cani.

Un cane può vivere serenamente accanto ad altri cani senza desiderare di interagire con loro. Può attraversare un ambiente affollato senza cercare il contatto con le persone. Può convivere con un altro individuo mantenendo una distanza che per lui è funzionale. Meglio chiedersi come sta, quando incontra gli altri, piuttosto che se va d’accordo con tutti.

Un cane che sceglie di non avvicinarsi, ma riesce a rimanere tranquillo, è molto diverso da un cane che vorrebbe allontanarsi ma non riesce a farlo senza entrare in uno stato di forte attivazione. Nel primo caso potremmo trovarci davanti a una semplice preferenza individuale. Nel secondo può esserci un problema di gestione emotiva, di esperienza, di ambiente, o di quanto quella situazione gli sembri affrontabile. Il comportamento osservabile può essere anche simile, ma il significato no.

Quando l’essere umano forza la socialità

C’è poi il nostro ruolo in tutto questo. Portiamo il cane al parco e ci aspettiamo che giochi. Lo facciamo avvicinare agli altri cani perché “deve socializzare”. Permettiamo agli estranei di accarezzarlo perché “deve abituarsi alle persone”. Interpretiamo ogni evitamento come qualcosa da superare.

Il problema è cosa stiamo davvero insegnando, in questi casi.

Potremmo insegnare al cane che i suoi segnali non vengono ascoltati, che allontanarsi non serve, che la persona continuerà ad avvicinarsi comunque, che il contatto, alla fine, non può essere rifiutato. E quando i segnali più sottili non producono alcun effetto, alcuni cani aumentano l’intensità della comunicazione. Non perché siano diventati improvvisamente aggressivi, ma perché le strategie precedenti non hanno funzionato.

Per questo la socializzazione non dovrebbe essere costruita sulla quantità di incontri, ma sulla qualità delle esperienze e sulla possibilità del cane di elaborarle senza essere sistematicamente oltrepassato nei propri confini.

Un cane ben socializzato sa scegliere

Dovremmo probabilmente cambiare anche il linguaggio che usiamo. Un cane “ben socializzato” non dovrebbe essere necessariamente quello che accetta tutti. Potrebbe essere quello che possiede sufficienti competenze per affrontare la presenza degli altri senza essere costretto a trasformarla in interazione.

Un cane che sa stare vicino a un altro cane senza doverlo salutare, che può incontrare una persona senza essere obbligato a farsi toccare. Uno che, davanti a una situazione sgradita, preferisce aumentare la distanza piuttosto che restare costretto a farlo. Questa prospettiva sposta l’attenzione dalla prestazione alla relazione, e con essa anche il nostro ruolo.

Non dobbiamo necessariamente insegnare al cane ad amare il mondo. Dovremmo piuttosto aiutarlo a viverci dentro in modo sufficientemente sicuro, rispettando per quanto possibile le sue caratteristiche individuali.

Un cane non deve andare d’accordo con tutti. Deve poter incontrare gli altri senza che ogni incontro diventi un esame della sua ‘bravura’, senza dover piacere per forza a chiunque incroci.