Per molto tempo il cane ha avuto un posto preciso nella vita delle persone. Custodiva, cacciava, conduceva il bestiame, tirava, cercava, affiancava l’uomo nelle sue attività quotidiane. Il suo valore era strettamente legato a ciò che sapeva fare e al contributo che poteva offrire.
Poi qualcosa è cambiato. Il cane ha smesso, poco alla volta, di essere soltanto un animale con una funzione, ed è entrato in casa, nelle fotografie di famiglia, nelle abitudini di tutti i giorni. Oggi, per moltissime persone, è un membro della famiglia a tutti gli effetti, e questo passaggio non riguarda solo il posto che occupa fisicamente: ha cambiato anche cosa gli chiediamo e come interpretiamo il suo comportamento.
Il cane che prima doveva svolgere bene il proprio compito oggi deve soprattutto stare bene con noi. Deve saper vivere in casa e in città, tra i locali, in automobile, in mezzo alle persone e ad altri cani, adattandosi a ritmi che hanno poco a che vedere con quelli per cui molte delle sue caratteristiche sono state selezionate. Gli abbiamo dato un posto più vicino, ma essere più vicino non significa, di per sé, essere più compreso.
Un cane sempre più dentro la famiglia
La relazione contemporanea offre al cane possibilità che in passato, in molti contesti, erano impensabili: dorme in casa, viene seguito dal veterinario con maggiore attenzione, mangia una dieta scelta con cura, viene coinvolto nelle attività familiari, riceve attenzioni e protezione. È un progresso reale.
Ma la vicinanza porta con sé anche un altro fenomeno, quello di leggere il cane attraverso categorie umane. Diventa il compagno inseparabile, quello che ‘non ci tradirà mai’, quello che dovrebbe voler stare sempre con noi e divertirsi nelle nostre stesse situazioni.
Ed è qui che può nascere una contraddizione: più consideriamo il cane parte della famiglia, più rischiamo di dimenticare che continua a essere un cane. È soprattutto una questione di comprensione, prima ancora che di affetto. Possiamo voler bene a un cane in modo profondissimo e, allo stesso tempo, attribuirgli bisogni che sono soprattutto nostri.
Il cane che deve adattarsi
La vita moderna chiede al cane una quantità notevole di adattamento. Un cane può vivere in un appartamento, seguirci al lavoro, prendere un ascensore, camminare sul marciapiede tra automobili e biciclette, incontrare sconosciuti, frequentare aree cani, dormire in albergo, restare ore da solo mentre la famiglia è fuori. Non è necessariamente un problema, lo diventa quando consideriamo normale che il cane debba adattarsi a tutto.
Se vive con noi, è inevitabile che una parte dell’adattamento sia sua. Ma una relazione non può funzionare in una sola direzione, e dovremmo chiederci quanto siamo disposti noi ad adattarci a lui: quanto spazio lasciamo al movimento, all’esplorazione, al riposo, alla possibilità di scegliere, quanto consideriamo compatibile con le sue caratteristiche il bisogno di distanza o di prevedibilità, quanto riconosciamo valore a comportamenti che a noi non producono nulla ma per lui possono contare moltissimo: annusare senza fretta, osservare, dormire, allontanarsi da un’interazione, cercare un luogo tranquillo. Sono comportamenti facili da sacrificare quando la giornata è organizzata intorno alle nostre esigenze.
Dalla funzione alla relazione
Il passaggio dal cane funzionale al cane di famiglia ha avuto un effetto interessante anche sulla cinofilia. Quando il cane aveva un compito definito, era relativamente semplice stabilire se stava funzionando: un cane da conduzione portava il bestiame al pascolo, un cane da caccia scovava la selvaggina, un cane da guardia sorvegliava la proprietà. Oggi il compito è molto meno chiaro, il cane deve soprattutto ‘stare bene’ con noi e permetterci di vivere insieme, ed è in questo passaggio che nascono molte delle difficoltà contemporanee.
Un comportamento che un tempo sarebbe stato letto come una caratteristica funzionale oggi può diventare un problema. Un cane che sorveglia l’ambiente, che insegue, che ricerca, che usa intensamente l’olfatto, che tende a mantenere le distanze dagli estranei, può trovarsi in conflitto con il contesto in cui vive, non sempre perché quel comportamento sia patologico, a volte semplicemente perché quel contesto non gli permette di esprimerlo in modo compatibile con la nostra quotidianità. Chi lavora con i cani dovrebbe partire da qui: non basta chiedersi come modificare un comportamento, prima bisogna capire cosa rappresenta per quell’individuo e che rapporto ha con il suo repertorio comportamentale.
Abbiamo imparato abbastanza?
Il punto non è rimpiangere il cane di un tempo. Non c’è nulla di desiderabile in un ritorno a una visione puramente funzionale dell’animale, e il riconoscimento del cane come individuo e come membro della famiglia ha portato più attenzione al suo benessere e alla qualità della relazione. Ma questo passaggio porta con sé anche una responsabilità nuova, forse la più complessa di tutte: se diciamo che il cane è parte della famiglia, dobbiamo essere disposti a conoscerlo per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse.
Dobbiamo imparare a distinguere il bisogno di compagnia dal bisogno di contatto continuo, l’affetto dalla disponibilità permanente, la socialità dalla necessità di interagire, l’educazione dalla richiesta di adattamento. Forse il passaggio più importante non è stato quello dal cane che lavora al cane che vive in casa, ma quello dal cane che doveva fare qualcosa al cane che, oggi, deve semplicemente vivere con noi. Se è diventato davvero un compagno di vita, allora non possiamo limitarci a chiedergli di imparare il nostro mondo: dobbiamo imparare, almeno un po’, anche il suo.



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