La Befana non nasce come una figura per bambini.
Non nasce nemmeno come personaggio cristiano.
La sua origine affonda in un tempo molto più antico, dove riti agricoli, cicli cosmici e presenza animale erano parte di un’unica visione del mondo.
Dalle dee della fertilità al calendario romano, infatti le prime tracce della Befana risalgono all’età romana.
Tra il solstizio d’inverno e l’inizio di gennaio si celebravano i riti propiziatori legati alla fine dell’anno agricolo, dedicati a divinità femminili come Diana, Cerere e Strenia, protettrici della natura, della fertilità e del rinnovamento.
In questi culti, una figura femminile anziana rappresentava l’anno che muore, mentre i doni lasciati nelle case erano auspici di prosperità per il ciclo che stava per iniziare. Non a caso, già nei Fasti di Ovidio (I secolo d.C.), il mese di gennaio viene descritto come una soglia: un tempo sospeso, in cui ciò che è stato viene consegnato a ciò che verrà.
Il Medioevo: la Befana diventa “strega”
Con l’avvento del Cristianesimo, queste tradizioni non scompaiono: vengono assorbite e trasformate.
La figura della donna-anno, che vola nella notte e conosce i segreti della natura, diventa progressivamente una presenza ambigua.
Nel Medioevo, soprattutto tra XII e XV secolo, la Befana viene associata alle credenze popolari sulle streghe, custodi di saperi antichi e marginali.
Ed è qui che compare stabilmente il gatto nero.
Nelle fonti folkloriche medievali italiane, il gatto — soprattutto nero — è l’animale che vede nel buio, che si muove tra casa e notte, tra focolare e tetto.
È considerato compagno delle donne sapienti, non per malvagità, ma per affinità simbolica.
Il gatto accompagna la Befana perché entrambi abitano le soglie tra luce e oscurità, tra fine e inizio, tra mondo umano e naturale.
Epifania: la leggenda sopravvive al dogma
Quando la Chiesa istituzionalizza l’Epifania, la Befana viene definitivamente “addomesticata”: diventa la vecchina che non ha seguito i Re Magi e che ora porta doni ai bambini.
Ma sotto questa narrazione resta intatto il nucleo originario: la Befana è memoria del tempo ciclico, non lineare.
Il gatto, silenzioso, resta al suo fianco come simbolo di ciò che l’uomo moderno ha dimenticato: la capacità di osservare senza possedere.
Una leggenda che parla ancora a noi
Chiudere questo ciclo di leggende con la Befana significa tornare all’origine:
al momento in cui uomo e animale condividono lo stesso tempo, la stessa casa, lo stesso destino stagionale.
Non è folklore innocuo. È cultura profonda.
Ed è forse per questo che la Befana, a differenza di molte figure mitiche, non se n’è mai andata davvero.
Bibliografia:
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Ovidio, Fasti, I secolo d.C.
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Varrone, De lingua latina, I secolo a.C.
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Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Einaudi
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Alfonso M. Di Nola, La Befana. Simboli e tradizioni, Newton Compton
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Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi
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Jean-Claude Schmitt, Gli spiriti e i morti nel Medioevo, Laterza
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Edward Topsell, The History of Four-Footed Beasts (1607)
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Massimo Centini, Il gatto. Storia, miti e leggende, De Vecchi
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Giuseppe Pitrè, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, XIX secolo
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Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli


