l primo giorno dell’anno è una soglia invisibile. Nulla cambia davvero, eppure tutti si aspettano che qualcosa cambi.
Le strade sono più silenziose, l’aria sembra sospesa, come se il mondo si fosse preso una pausa dopo il rumore del Capodanno. È in questo spazio fragile e rarefatto che i cani osservano l’uomo — come fanno sempre — senza giudicare, senza pretendere spiegazioni.
Per un cane il tempo non è fatto di calendari. Non esiste il “nuovo anno”. Esiste oggi. Esiste il passo che riconosce.
La voce che torna familiare. La presenza che resta o l’assenza che pesa.
Un cane non fa bilanci.
Non archivia errori.
Non promette cambiamenti.
Il suo sguardo non corre in avanti, non rimugina sul passato: abita il presente con una fedeltà che non ha bisogno di parole. E forse è proprio per questo che, nel primo giorno dell’anno, il suo modo di stare al mondo appare così disarmante.
Mentre l’uomo cerca nuovi inizi, il cane ci ricorda che ogni giorno è già un inizio se qualcuno c’è davvero.
Che il tempo non si misura in traguardi, ma in relazioni. Che ciò che conta non è quanto faremo, ma come lo faremo, la qualità del tempo.
Il primo gennaio, per un cane, è solo un giorno come un altro. Percepisce qualcosa di diverso, dai nostri gesti dalle nostre abitudini quotidiane che in questi giorni di festa cambiano.
Se questo nuovo anno avrà un senso, non sarà perché lo avremo riempito di obiettivi, ma perché avremo imparato a restare.
Come fanno i nostri cani: presenti, vigili, profondamente vivi nel qui e ora.


