La notte di San Silvestro, per l’uomo, è una promessa.
Un confine simbolico da superare con il rumore, la luce, l’esplosione.
È l’illusione che il nuovo anno possa iniziare solo se ciò che lo precede viene cancellato con fragore.

Per gli animali domestici, invece, questa stessa notte è spesso un trauma.

Cani, gatti e altri animali che vivono accanto a noi non conoscono il significato del conto alla rovescia, non comprendono la ritualità della festa, non distinguono il gioco dal pericolo.

Per loro, quella che l’uomo chiama celebrazione è una sequenza di deflagrazioni improvvise, lampi violenti, tuoni artificiali che arrivano senza preavviso e senza senso.
Ogni botto rompe l’armonia dell’ambiente.
Ogni esplosione trasforma lo spazio domestico — che dovrebbe essere rifugio — in un luogo imprevedibile.
Il cielo, che per l’animale è riferimento, diventa una minaccia.
Molti animali reagiscono con tremori, tachicardia, ipervigilanza.
Altri cercano di nascondersi, di scavare, di fuggire.
Alcuni entrano in uno stato di panico profondo che può lasciare segni duraturi: regressioni comportamentali, aumento dell’ansia, perdita di sicurezza anche nei giorni successivi.

Non si tratta solo di paura momentanea. Si tratta di lesioni psicologiche reali, provocate da stimoli acustici e visivi che l’organismo animale non è in grado di elaborare come innocui.

Eppure, questa sofferenza avviene sotto gli occhi di una società che dice di amare profondamente i propri animali.
Li chiamiamo membri della famiglia.
Li proteggiamo nelle fragilità quotidiane.
Ci commuoviamo per il loro sguardo.
Ma, una volta all’anno, scegliamo di non tutelarli.
Preferiamo il rumore al silenzio.

L’esplosione alla consapevolezza.
Il gesto eclatante al rispetto della natura e di chi la abita con noi.

La notte di San Silvestro diventa così un paradosso:
celebrando il nuovo, infliggiamo dolore a chi non può difendersi.

Accogliendo l’anno che arriva, ignoriamo deliberatamente la vulnerabilità di chi ci vive accanto.

Osservare questa notte dalla parte degli animali significa fare un passo indietro. Riconoscere che non tutto ciò che è tradizione è inevitabile.
Che non tutto ciò che è festa è innocuo. Forse il vero cambiamento non passa dal fragore, ma dalla capacità di rinunciare. Di scegliere un modo diverso di segnare il tempo. Di accogliere il nuovo anno senza trasformare il cielo in una minaccia.

Perché amare davvero gli animali non significa solo prendersene cura quando è facile. Significa anche proteggerli quando il mondo, per una notte, diventa troppo rumoroso per loro.

In questo ciclo natalizio abbiamo attraversato leggende, racconti e tradizioni che parlano di cani come presenze sensibili, capaci di percepire ciò che all’uomo spesso sfugge: il confine tra il visibile e l’invisibile, tra il prima e il dopo, tra l’armonia e la rottura.

La notte di San Silvestro ci riporta bruscamente alla realtà. Ci mostra quanto, ancora oggi, la distanza tra ciò che diciamo di amare e ciò che sappiamo davvero proteggere possa essere profonda. Raccontare questa notte dalla parte degli animali non è un atto di accusa, ma un invito. A riconsiderare le nostre abitudini. A domandarci se il modo in cui scegliamo di celebrare non possa evolvere, diventare più consapevole, più rispettoso, più umano.

Il vero senso del passaggio non sta nel rumore che facciamo per segnarlo, ma nella cura che sappiamo esercitare mentre lo attraversiamo. E forse, se imparassimo ad ascoltare di più chi quella notte trema in silenzio accanto a noi, il nuovo anno potrebbe iniziare davvero in modo diverso.

Questa rubrica chiude l’anno, con uno sguardo che torna a terra, nelle case, accanto agli animali che condividono la nostra vita. Perché ogni tradizione, per restare viva, deve saper cambiare.

E ogni futuro, per essere tale, deve partire dal rispetto.