Nel corso del Novecento il cane entra definitivamente nell’immaginario collettivo occidentale. Non come semplice presenza di contorno, ma come protagonista. Cinema, letteratura e animazione ne fanno una figura centrale, caricandola di significati morali, emotivi e simbolici che, nel tempo, hanno contribuito a modellare il modo in cui la società guarda al cane e alla relazione con lui.
Il cane della cultura popolare non è mai neutro: è sempre un cane “che rappresenta qualcosa”.
Uno dei primi grandi esempi è Rin Tin Tin, il pastore tedesco divenuto celebre nel cinema muto degli anni Venti. Rin Tin Tin è l’eroe d’azione: forte, intelligente, affidabile, capace di intervenire dove l’uomo fallisce. In un’epoca segnata dalla Prima guerra mondiale e dal bisogno di nuovi modelli positivi, il cane diventa una figura rassicurante e potente, quasi una proiezione di ciò che l’uomo vorrebbe essere. Non accompagna l’essere umano: lo salva, lo sostituisce, lo supera.
Con Lassie, il paradigma cambia. Lassie non combatte, non affronta nemici, non è un’eroina muscolare. La sua forza è tutta nella fedeltà e nella perseveranza. Attraversa chilometri e pericoli per tornare “a casa”, riaffermando il valore del legame come elemento centrale della narrazione. Nel secondo dopoguerra, Lassie diventa il simbolo di una certezza affettiva in un mondo instabile: il cane come garanzia morale, come punto fermo.
Ma è anche qui che inizia a consolidarsi un’idea ambigua: quella di una fedeltà quasi automatica, naturale, dovuta. Un’immagine che, pur rassicurante, tende a semplificare la complessità della relazione reale.
La vicenda di Balto aggiunge un ulteriore livello. La sua storia nasce da un evento storico reale – la corsa al siero del 1925 per salvare la città di Nome – ma viene rapidamente trasformata in mito. La cultura popolare, soprattutto attraverso il cinema, riduce una vicenda collettiva e complessa a un racconto lineare, centrato su un unico eroe. Balto diventa il simbolo del sacrificio assoluto, dell’eroismo silenzioso, ma anche un esempio di come il racconto mediatico tenda a semplificare, isolare, rendere “consumabile” una storia.
Con i film Disney il processo compie un ulteriore salto. In La carica dei 101 e Lilli e il Vagabondo, il cane viene pienamente antropomorfizzato. Parla, ragiona, si innamora, vive dinamiche sociali umane. Diventa un personaggio completo, spesso più empatico degli esseri umani stessi.
Queste narrazioni hanno avuto un impatto enorme anche fuori dallo schermo. Hanno lanciato mode, influenzato le scelte delle famiglie, creato aspettative. Il cane non è più solo un compagno: diventa desiderio, immagine, proiezione emotiva. È in questa fase che il rischio del “cane-oggetto” diventa evidente: un cane pensato per rispondere a un immaginario, più che a una relazione reale.
Il problema non è la fantasia, né il racconto in sé. Il problema nasce quando il confine tra simbolo e realtà si fa labile. L’antropomorfizzazione, se non mediata dalla conoscenza, può cancellare il cane reale: un essere vivente con bisogni etologici, limiti, individualità. Un cane che non risponde all’immagine costruita viene facilmente percepito come “sbagliato”.
Eppure, proprio questi miti ci dicono molto. Lassie, Rin Tin Tin, Balto, i cani Disney sono specchi culturali. Raccontano ciò che chiediamo ai cani: fedeltà assoluta, disponibilità, sacrificio, presenza costante. E forse raccontano anche ciò che fatichiamo a riconoscere nella relazione: la reciprocità, il rispetto, la complessità.
Forse oggi non abbiamo bisogno di nuovi eroi a quattro zampe, ma di nuove narrazioni. Racconti meno idealizzati, meno funzionali, più capaci di restituire il cane come soggetto, non come simbolo o oggetto. Un compagno di vita reale, non un personaggio da imitare.
Ed è da qui che può nascere una cultura cinofila più matura, consapevole e responsabile.


